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Silvio Orlando: "I ragazzi vivono in un posto che noi non conosciamo"

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Dal teatro al cinema e ora, 25 anni dopo, di nuovo sui palchi. Torna il professore d'italiano reso famoso dallo scrittore Domenico Starnone e dal regista Daniele Luchetti. Ecco l'intervista de La Repubblica a Silvio Orlando.

 di Erica Manna

 

 

Sono passati più di vent'anni, ma il professor Cozzolino è sempre uguale. E, alla fine, anche la scuola italiana: "Cambiata moltissimo, ma alla fine pochissimo. Perché la domanda che ci ponevamo è sempre quella: cosa ne facciamo degli ultimi della classe? E degli ultimi della società?". Silvio Orlando, il professore di italiano idealista di quel primo spettacolo "Sottobanco" del '92 da cui venne tratto il fortunato film "La scuola" - dove venne ribattezzato professor Vivaldi - non ha perso la speranza. "Perché il professore è un mestiere un po' simile a quello dell'attore: se lo fai male, ci metti il triplo della fatica. Dunque, o trovi un senso, un entusiasmo, una missione, altrimenti diventa insostenibile ".

 

Le domande sono rimaste le stesse: e le risposte?

"I tentativi ultimamente vanno nella direzione opposta rispetto a quello che il mio personaggio propugna. Si cerca di creare una scuola più meritocratica, in cui tutto è veloce, ma la scuola ha un meccanismo lento, i problemi non si risolvono così. Anche la politica, anche la democrazia sono lente. Allora mi chiedo: questa velocità che ci imponiamo dove ci porta? Velocemente nel burrone. La scuola, prima di formare buoni professionisti, deve formare buoni cittadini e annullare un po' le differenze".

 

Dal '92, l'anno del debutto di Sottobanco, cosa è cambiato?

"Beh, siamo innanzitutto cambiati noi. Alcuni stanno invecchiando, quattro su sette provengono dalla vecchia edizione. Questo porta un peso, forse una malinconia, un senso del tempo che passa. Ma il contesto della scuola non è così diverso, anzi. Tutti i professori entrano in classe con le migliori intenzioni, di cui è bene armarsi per non spegnere gli entusiasmi. Perché è sempre più difficile insegnare: non tanto per ragioni economiche. Quello che è cambiato è lo status: prima era una professione molto considerata nella piramide sociale, ora è molto giù. Spesso sono i genitori a delegittimare il lavoro dei maestri, alimentando la frustrazione".

 

E gli studenti?

"Lo vedo dalle platee: vent'anni fa erano piene di allievi e insegnanti che arrivavano insieme. Adesso sono piene lo stesso, ma vengono separati. Mondi diversi, come l'acqua e l'olio, che non si fondono mai. Il problema degli adolescenti di oggi è che sono andati a vivere in un posto che noi non conosciamo più".

 

Ovvero?

"Una bolla astratta in cui sono a contatto con tutto e non afferrano niente, una sorta di autismo dove trovano quello che gli serve: ma altrove. Ho la sensazione che si sentano vittime di una specie di sortilegio. Sì, forse sono un po' pessimista, apocalittico rispetto a Internet. Ma credo lo vedo come la sega del ramo su cui siamo seduti. Non la domina più nessuno: è governata da algoritmi misteriosi ".

 

Lei ha detto che questo è stato lo spettacolo più importante della sua carriera.

"Sì, per più motivi. Intanto il fatto che parli degli anni più importanti della vita, l'adolescenza, e la nostra finestra sul mondo è la scuola, che è la prima grande sfida. Poi credo che uno spettacolo funzioni perché funziona! Sì, perché la sapienza scenica fa sì che sopravviva a se stesso: possono passare anche cento anni e funzionerà sempre. In questo caso si sono messi insieme un registra ispirato, un drammaturgo presente, un capocomico che sono io, che in queste cinquecento repliche motiva il gruppo. È così che intendo il lavoro: un teatro di non protagonisti, dove non c'è una figura che predomina, ed è una cosa rarissima. Per me il grande teatro è quello: l'importante non è quanto stai in scena, ma come ci stai".

 

E lei, la sua scuola, come l'ha vissuta?

"C'era un professore che era un prete, e gestiva un cineforum dentro la parrocchia. Era il terzo liceo. Ci invitò, andai. Il primo film che vidi era Rocco e i suoi fratelli, forse tre ore erano un po' eccessive, eppure. Poi ho visto tutto il grande cinema americano degli anni Settanta, e alcuni film italiani di quegli anni, come C'eravamo tanto amati di Scola, che mi ha dato un'idea di cinema che potesse raccontare la realtà in modo divertente e profondo. In effetti, da lì non sono più uscito ".

 

 

Fonte: La Repubblica

 

 

Pubblicato il 10/04/2017


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