Quotidiano Giovani - Tutta un'altra storia

Logo del Quotidiano Giovani
Interviste
Immagine dell'articolo

Giovanni Veronesi e l'Avana dream: "Abbiamo fatto fuori un'intera generazione"

L'incontro a Los Angeles con il regista Giovanni Veronesi de La Repubblica.

di Silvia Bizio

 

 

Non è un paese per giovani - titolo antitetico all'Oscar del 2007 dei Coen, Non è un paese per vecchi - è il nuovo film di Giovanni Veronesi, ispirato dal programma radiofonico che il regista conduce su Rai Radiodue, raccogliendo le testimonianze di tutti quei giovani che lasciano l'Italia per cercare fortuna all'estero. Il film con Filippo Scicchitano, Giovanni Anzaldo e Sara Serraiocco, usciito il 23 marzo in Italia, ma la sua prima mondiale è stata a Los Angeles, dove Veronesi è andati per una retrospettiva del suo lavoro. Nel film, Sandro (Scicchitano) ha poco più di 20 anni, è gentile e insicuro e sogna di diventare scrittore. Luciano (Anzaldo) è coraggioso e brillante, ma con un misterioso lato oscuro. Sandro segue Luciano in un'avventura a Cuba, dove, aiutati dall'eccentrica Nora (Serraiocco), provano ad aprire un ristorante italiano che offra wi-fi ai suoi clienti mentre Luciano viene sedotto da violenti incontri clandestini di boxe.

 

Veronesi, come nasce questo film?

"Nella mia trasmissione radiofonica non faccio che ascoltare giovani che sono andati via dall'Italia perché si sentono espulsi da un paese che non dà loro prospettive, realizzazione, stipendio. Sono disposti a fare di tutto: i camerieri, i commessi, gli impiegati, ad aprire piccole attività. Negli anni 80 se ne andavano i "cervelli" o i figli dei ricchi. Oggi se ne va chiunque. E sono più di 100 mila l'anno, la maggior parte dal nord Italia. Sono dati clamorosi di cui nessuno parla perché non c'è soluzione. Nel nostro Paese l'immigrazione ha un effetto mediatico molto forte perché quei poveracci arrivano su gommoni in 100 e la metà ci lascia la pelle. Quest'altro esodo di gente che se ne va in silenzio ma inesorabilmente non fa notizia, anzi crea imbarazzo".

 

Dove vanno?

"Dipende dalla moda del momento: Australia, Spagna, Londra. Ora va forte il Sud America: l'Argentina, la stessa Cuba, che è la vera nuova frontiera, un posto dove piccoli imprenditori senza scrupoli possono fare affari, come la storia del wi-fi nel mio film. Mi piaceva l'idea di prendere i ragazzi e "spararli" in giro per il mondo nei posti più remoti e complessi. Come Cuba. La storia è un misto di finzione e verità. Storie che ho sentito raccontare da tanti ragazzi italiani andati all'estero".

 

Per esempio?

"Quella dei combattimenti clandestini me l'ha raccontata un ragazzo che li faceva in Thailandia, dove sono ancora più violenti che a Cuba. Anche quella del ristorante con wi-fi è un'altra storia vera. L'Italia è il posto dove ci vuole più tempo per avere la licenza per aprire un bar. In Belgio - il posto più brutto del mondo - la puoi avere in una settimana. Si capisce perché un giovane scappa. Un giorno chiamò in trasmissione una ragazza che era andata in vacanza a Maiorca con la sorella. Avendo appreso a sue spese che in Spagna i gelati sono cattivissimi, è tornata in Italia, ha imparato a fare crema e cioccolata e, tornata a Maiorca con 4000 euro, in due anni ha aperto la più rinomata gelateria dell'isola. Un'altra ha chiamato dall'India dove s'è ingegnata a organizzare viaggi per giovani italiani per ritrovare se stessi. Con tanto di guru. E intanto qui, noi genitori non vediamo più crescere questi ragazzi, e ci perdiamo le loro prime esperienze. Mentre lontano da casa i più giovani rischiano di perdersi. Anche papa Francesco ne ha parlato: ha detto "non abituiamoci a espellere i nostri ragazzi da questo Paese". Chiaro che possono scegliere di andarsene, ma non dobbiamo essere noi a spingerli via".

 

Ha figli o nipoti in queste condizioni?

"Ho tre nipoti. Tutti e tre sono andati via: due in Inghilterra e uno in America. Io stesso li ho incoraggiati. Ma anche i loro professori. Mio nipote dopo due anni di tirocinio a Londra in un istituto di archeologia guadagna 1400 sterline al mese come ricercatore. In Italia sarebbe impensabile. Una cosa è certa: fra 10 anni un'intera generazione mancherà all'appello".

 

Cosa si può fare?

"Bisogna capire che non si vive di sole Ferrari e moda. Un ragazzo andato a vivere in Australia mi ha raccontato una cosa che ho messo nel film: i giovani all'estero sono considerati una risorsa, mentre in Italia sono soltanto un peso, un peso che ognuno di noi ha sulla coscienza. In Italia, il paese dei pittori, nessuno vuole fare più il pittore. Tutto si riduce a mediocri esibizioni sui social. Cosa direbbero Pasolini e Fellini? Che fine ha fatto la profondità di un concetto, di un pensiero? Basta che azzecchi due o tre foto su Instagram e diventi famoso. Si sta stravolgendo tutto in peggio. Mi diverto anch'io sui social, ma gioco a postare scarpe brutte e pantaloni strappati per vedere se qualcuno li compra!".

 

Che rapporto ha con il cinema americano?

"Vengo da Topolino, da E. T., da Tim Burton, dallo Squalo di Spielberg. Per me Hollywood è quello. Il cinema americano è intrattenimento, è roba di effetti speciali, topolini, mostri e supereroi. Il cinema che mi piace è La grande guerra, sono un amante della commedia all'italiana che ha fatto storia nel nostro paese e nel mondo. Monicelli e Scola, per me sono i veri maestri".

 

E l'America di Trump?

"Gli americani sono l'unico popolo capace di passare da un presidente di colore a un presidente colorato. Il film che rappresenta di più l'America negli ultimi 35 anni è Chi ha incastrato Roger Rabbit. Trump è un cartone animato, ed è molto pericoloso mettere il potere nelle mani di un cartone: potrebbe far saltare tutto per aria".

 

Fonte: Vanity Fair 

 

 

Pubblicato il 07/04/2017

 


Condividi con

COMMENTI
Nessun commento presente