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Barry Jenkins: "Che imbarazzo vincere l'Oscar in questo modo"

Con la storia drammatica di Moonlight il regista di Miami si è aggiudicato la statuetta per il miglior film. Ecco l'intervista de La Repubblica a Berry Jenkins.

di Silvia Bizio

 

 

"Ho pensato che questo fosse un film impossibile da fare", ha detto il regista Barry Jenkins nel suo discorso di ringraziamento per l'Oscar come miglior film al suo Moonlight. "Non riuscivo a completarlo. Ma non riuscivo nemmeno a raccontare un'altra storia". Un film sull'identità sessuale e razziale ambientato in un quartiere povero afroamericano a Miami, preda di gang e droghe, ci ha messo molto per trovare la sua strada, proprio come il suo protagonista, Chiron. La sua storia di giovane nero e omosessuale è raccontata in Moonlight, secondo film di Jenkins, 37 anni, di Miami (il primo era stato Medicine for melancholy, del 2008), e primo film a tematica lgbt a vincere un Oscar per il miglior film. Jenkins è cresciuto nelle stesse case popolari di Miami dove è ambientata la storia di Moonlight e che ha lasciato dopo essersi laureato in inglese e cinema alla Florida State University. Nel 2010 Jenkins ha lanciato il collettivo Strike Anywhere Films; ha diretto numerosi cortometraggi ed è uno degli sceneggiatori della serie Hbo The Leftovers. Dal 2002 lavora come curatore e presentatore al Telluride Film Festival, dove nel 2013, nel corso di un incontro pubblico di cui era moderatore con il regista Steve McQueen per 12 anni schiavo, ha incontrato Brad Pitt, uno dei produttori di quel film con la sua Plan B. Pitt rimase così colpito da Jenkins che accettò di finanziare per 1.6 milioni di dollari l'adattamento della commedia (mai prodotta) In moonlight black boys look blue di Tarell Alvin McCraney, amico d'infanzia di Jenkins, vincitore con lui dell'Oscar per la sceneggiatura. Jenkins ha girato il film a Miami in soli 26 giorni con attori come Mahershala Ali, vincitore domenica dell'Oscar come attore non protagonista, Naomie Harris (a sua volta candidata) e Janelle Monáe.

 

Jenkins, prima di tutto come ha reagito dopo tutto quel trambusto dell'annuncio per l'Oscar al miglior film, erroneamente dato per un minuto a La La Land?

"Mi era sembrato normale che La La Land avesse vinto, tutti i film candidati valevano. L'ho presa bene, con filosofia, e ho applaudito come tutti. Poi ho notato strani movimenti sul palco. "Che succede?", mi sono detto. E ho sentito annunciare il nostro film come vero vincitore. Ho provato un imbarazzo tremendo. Non sapevo che fare. Non avevo visto mai niente del genere agli Oscar".

 

Le hanno spiegato poi?

"No. Ma Warren Beatty mi ha seguito dietro le quinte e mi ha mostrato la busta sbagliata che si era ritrovato in mano. Era sinceramente dispiaciuto per l'equivoco".

 

Come sta cambiando la sua vita con il successo di Moonlight e come crede che cambierà con questo Oscar?

"Beh, i venti minuti della mia vita dopo la vittoria sono stati una follia. Non penso che la mia vita potrà cambiare più drammaticamente di così. Non mi sarei mai aspettato il successo di questa piccola storia, di quanta gente ci si sarebbe identificata. Ero in Germania e uno dal pubblico si è alzato e ha detto, "io vengo dalla Germania rurale, e 20 minuti dopo l'inizio del film non vedevo più il protagonista, vedevo me". Ho seguito il tragitto pazzesco di Moonlight in giro per il mondo, abbiamo aperto la Festa di Roma, siamo stati a Toronto, a Telluride, e ovunque una sensazione bellissima di comunione e solidarietà ed empatia. Quindi, sì, questo film mi ha cambiato la vita, e l'Oscar ci sta mettendo pure del suo, anche se ancora non connetto del tutto".

 

Pensa che Moonlight contribuirà ad abbattere le barriere di colore e "gender"?

"Tarell è un artista apertamente gay, e ha lavorato nella comunità nera non-stop per gli ultimi 15 anni. All'inizio ero titubante, perché penso che ci siano storie che possono solo essere raccontate con una prospettiva in prima persona, e pur venendo dallo stesso quartiere povero di Tarell io non sono gay, anche se è la prima cosa che pensano tutti dopo aver visto il film. Allo stesso tempo ho tante cose in comune con Chiron, comprese le droghe. Negli anni 80 a Miami erano ovunque e tanti ragazzini ci sono caduti, anche io e Tarell. Poi lavorando con Tarell alla sceneggiatura mi sono reso conto di quanto fossimo allineati".

 

Come ha trovato il suo stile da regista?

"Io sono cresciuto nel quartiere descritto nel film, ma la mia voce di regista si è sviluppata completamente fuori da quel quartiere. Sono cresciuto poverissimo, ma quando sono andato all'università e sono entrato nella scuola di cinema ho deciso che volevo che la mia voce fosse diversa da quella di tutti gli altri, quindi mi sono messo a guardare esclusivamente film stranieri. La nouvelle vague francese e asiatica, Wong Kar-wai, Claire Denis, Godard. I tre film che hanno forse più influenzato Moonlight sono Three Times di Hou Hsiao-Hsien, Beau Travail di Claire Denis, e Happy together di Wong Kar-wai. Ho pensato fosse interessante tornare a quel mondo in cui ero cresciuto e unirlo alla voce che avevo sviluppato altrove".

 

Fonte: La Repubblica

 

 

Pubblicato il 01/03/2017

 

 


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