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Lucio Dalla poesia e canzone

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Un approfondimento su Lucio Dalla. Cantautore di rara sensibilità e genio musicale scomparso a causa di un fatale infarto.

di Andrea Montemurro 

Forse Lucio Dalla non sarebbe d'accordo, ma secondo noi prima di essere un cantante di successo era un musicista e un poeta. Un musicista struggente, di quelli che ti prendono a morsi il cuore quando li stai ad ascoltare. Gente che non scrive per gli altri ma per se stessa, e perciò non è mai prona davanti all'utile o al necessario, alla moda del momento che tira di più. Lui apparteneva ai dettami della propria arte, della propria sensibilità, della propria anima...

E con le sue canzoni, Lucio Dalla ci ha sempre condotto per mano nella sua anima, che poi era anche un po' la nostra, perché come tutte le persone vere, Lucio amava e soffriva e gioiva come tutti noi, lontano dallo star system a cui avrebbe potuto facilmente appartenere ma che ha sempre disdegnato, preferendogli gli amici, la gente e l'indipendenza.  Lucio Dalla era nato a Bologna il 4 marzo 1943.

Mai data di nascita di un cantante fu più conosciuta perché Dalla con quella data intitolò una canzone, con le parole della poetessa Paola Pallottino, che gli valse un terzo posto a Sanremo ma che gli gettò contro gli strali della censura. Inizialmente, infatti, la canzone era intitolata Gesù Bambino, titolo giudicato assolutamente irrispettoso perché narrava la storia del bimbo avuto da una ragazza madre dopo una notte d'amore con un ignoto soldato di passaggio. Così, Dalla tolse Gesù Bambino e ci mise la sua data di nascita, all'improvviso e senza nessun motivo, perché il brano non aveva nulla di autobiografico, ma era sgorgato dal cuore, e perciò lo rappresentava quasi fosse la storia della sua vita.  In realtà, il padre di Lucio non era stato un soldato, ma il direttore del Tiro a volo di Bologna (Dalla lo ricorderà nella canzone "Come è profondo il mare": "Babbo, che eri un gran cacciatore di quaglie e di fagiani...").  Forse, però, questo padre nella sua vita fu in un certo senso "di passaggio" perché lo lascerà presto orfano: morirà per un cancro quando Lucio avrà appena compiuto i sette anni.  Sua madre, Iole Melotti (ritratta nella copertina dell'album "Cambio"), iniziò a sbarcare il lunario con il suo mestiere di sarta. Nel frattempo,  sistemò Lucio presso il Collegio Vescovile "Pio X" di Treviso, dove Lucio portò a termine le scuole elementari e le medie, e dove imparò a suonare il suo primo strumento: la fisarmonica. Poi, all'età di tredici anni, Lucio tornò alla casa materna, e in quel periodo nacque in lui l'amore per la musica Jazz, un amore che non lo lascerà mai per tutto il corso della sua vita futura.  La mamma, per assecondare questa sua passione, gli regalerà un clarinetto che Lucio imparerà a suonare come autodidatta, e che forse resterà per sempre il suo strumento preferito.  Comincia così a esibirsi con gruppi di studenti e appassionati come lui, e conosce Gianfranco Baldazzi, che in seguito sarà uno dei suoi maggiori collaboratori.  Tra gli altri, come clarinettista, Lucio fece parte anche del gruppo Rheno Dizieland band, con cui suonava anche il futuro regista Pupi Avati. Si dice che proprio osservando l'indiscusso talento di Dalla, Avati si accorse che la musica non era per lui e si gettò anima e corpo nel cinema, dove in effetti trovò la sua via.  Grazie ai Rheno, Dalla fu notato da un' orchestra di professionisti romani, la Second Roman New Orleans Jazz Band,  con cui effettuò la sua prima incisione in un brano strumentale intitolato Telstar, cover di un grande successo internazionale. Era il 1962 quando Lucio fu contattato dai Flipper, un gruppo che tra l'altro accompagnava anche Edoardo Vianello nelle serate. E fu proprio con i Flipper che Dalla firmò il suo primo contratto. Con loro si esibiva regolarmente, e regolarmente litigava con i proprietari dei locali dove il gruppo suonava, perché aveva l'abitudine di presentarsi a piedi scalzi. Dalla però, non demordeva. Continuava a presentarsi scalzo e, come se non bastasse, iniziò a esibirsi in una sorta di gorgheggi in stile scat, che divennero poi una sua caratteristica in moltissimi dei pezzi che interpreterà.  Fu proprio in quel periodo, durante il Cantagiro del 1963 che Dalla fu notato da Gino Paoli.  Paoli, che di talenti se ne intende, vide subito le enormi potenzialità di quel giovanotto e lo persuase di tentare una carriera da solista.

Lucio ha 21 anni, quando nel 1964, incide il suo primo 45 per la casa discografica RCA italiana.  Il brano di punta, “Lei”, scritto da Paoli, viene presentato anche al Cantagiro di quell'anno, ma non riscuote nessun particolare successo.  Anzi, sembra che nelle varie tappe, al momento della sua esibizione, Lucio collezionasse, oltre a una buona dose di fischi, anche qualche chilogrammo di ortaggi, per lo più pomodori. Ma il ragazzo bolognese è duro da abbattere e non lascia che quel fiasco lo demotivi.  Nel 1966 pubblica un album con un complesso bolognese, Gli idoli, che contiene il pezzo "Paff... bum!”, presentato qualche mese prima a Sanremo, con un modesto successo di pubblico.  L'anno seguente, sempre a Sanremo, Lucio si presentò in gara in coppia con i Fokes di Shel Shapiro. Fu l'anno di "Bisogna saper perdere", che in Italia ebbe un ottimo successo di vendite.  Quello però fu anche l'anno del suicidio di Luigi Tenco, che Dalla conosceva bene e con cui aveva collaborato in passato.  Ricordando il suicidio dell'amico, Dalla dirà in seguito che erano arrivati a Sanremo insieme e avevano due camere vicine: non dormì per un mese dopo la tragedia, tanto quel fatto lo sconvolse e l'addolorò.

Del 1967 sono anche le prime apparizioni cinematografiche di Dalla. Alcune nei classici "musicarelli" di allora, una invece diversa e importante, nel film “I sovversivi” di Paolo e Vittorio Taviani, che fece aggiudicare a Lucio una candidatura alla Mostra di Venezia per la Palma di miglior attore. Alla fine, non vinse ma, come amava ripetere, l'attore che fu scelto al posto suo gli venne preferito per questioni politiche e non artistiche.  Da quel momento in poi, però, si può dire che la carriera artistica di Lucio Dalla va considerata definitivamente decollata. Lui scrive canzoni di tutti i tipi, comprese quelle che serviranno come sigla di un programma di cartoni animati televisivi, ma anche pezzi memorabili, come appunto 4/3/1943 presentata a Sanremo del 1971.  Una canzone che fu portata in tutto il mondo da una miriade di grandi interpreti, da Dalida a Chico Buarque de Hollanda.  E a questo meraviglioso brano seguono altri capolavori, altri indimenticabili pezzi come “Un uomo come me”, “La casa in riva al mare”, “Il gigante e la bambina” (portata al successo canoro da Ron), “Per due innamorati” e “Itaca”.  Nel 1972, poi, arrivò a Sanremo con “Piazza Grande”, scritta insieme a Ron e a Edoardo De Angelis, l'ennesima struggente poesia su un tema sociale.

A questo punto, sembra proprio inutile continuare a fare la storia di questo grande artista citando i titoli di tutti i grandi brani che scrisse e interpretò.  Ne citeremo perciò solo alcuni, magari quelli che ci sono più cari, come “Anna e Marco”, “Disperato erotico stomp”, “Futura”, “L'ultima luna”, “L'anno che verrà”, “Caro amico ti scrivo”,  fino ad arrivare a “Caruso”, veramente una "vetta" splendida nell'opera di un uomo capace di farci ridere e piangere, talmente pieno di talento da farci addirittura dimenticare quanto fosse unico e speciale. Un artista completo, capace di suonare alla grande almeno cinque strumenti, o di dirigere un'orchestra di 50 elementi, e di duettare con tutti i grandi interpreti della sua epoca, Pavarotti compreso. Un genio della musica, come ne nascono pochi.

L'ultima volta che lo abbiamo visto è stato in occasione del festival di Sanremo 2012, dove si è presentato in coppia con il giovane cantautore Pierdavide Carone, con il brano “Nanì”, del quale era anche coautore.  Una canzone forse non all'altezza di tanti suoi successi, ma che ci resterà comunque cara, perché sarà l'ultimo pezzo della sua immensa opera.  Lucio Dalla, così grande, così unico, che in un certo senso è andato via lasciandoci tutti un po' orfani della sua arte anche se, a detta di suoi cari amici, giusto poche sere fa, chiacchierando con uno di loro aveva detto che la morte è solo la fine del primo atto. Noi vogliamo assolutamente credere a questa sua visione e siccome il primo atto è stato spettacolare, non vediamo l'ora di assistere al secondo.  Buon lavoro, Lucio. Per noi non morirai mai.


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