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Il delitto di Marta Russo (Seconda parte)

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Ricostruiamo insieme i dettagli di questo fatto di cronaca.

di Andrea Montemurro

 

Due assistenti del dipartimento di Filosofia del diritto sono stati individuati dagli inquirenti come possibili assassini di Marta Russo, una ventiduenne studentessa di Giurisprudenza uccisa il 9 maggio del 1997 da un proiettile vagante, mentre passeggiava per vialetti della Sapienza insieme ad un'amica. I due, Giovanni Scattone, considerato l'autore materiale del delitto, e Salvatore Ferraro, suo amico e complice, a sentire gli inquirenti avrebbero agito per convalidare una loro tesi teorica sulla possibilità di compiere un delitto perfetto. Ma chi indaga come sarebbe arrivato a questa conclusione? Lo racconta bene un articolo dell'epoca comparso sul “Corriere della sera”, dove si legge: "[...] doveva essere una dimostrazione senza vittime, la ragazza sarebbe morta per errore "Provavano il delitto perfetto" Scattone e Ferraro tennero un seminario sull'argomento: venti studenti lo confermano ROMA - L'omicidio di Marta Russo? Una dimostrazione "didattica", sul campo, del "delitto perfetto". Un folle gioco che avrebbe dovuto concludersi senza vittime. Invece una studentessa di 22 anni è morta. Perché? Gli assassini non avrebbero calcolato la traiettoria del proiettile. Pista fantasiosa? Forse. Ma gli investigatori non la escludono. Anche se in mano hanno poco: una dispensa sul delitto perfetto scritta proprio dai due assistenti sotto accusa. Un argomento ricorrente nelle lezioni di Ferraro e Scattone, almeno stando alla testimonianza di una ventina di studenti sentiti in Procura. Ecco lo scenario ipotizzato." Ma non basta che gli inquirenti trasformino senza nessuna prova un seminario di studi in un movente per un omicidio, in tutta questa storia che ha del surreale del primo momento e che potrebbe essere una intrigante piece teatrale se non fosse stata uccisa una bella, brava e incolpevole ragazza di ventidue anni, ci si mette anche un giovane intellettuale, Niccolò Ammanniti, punto di riferimento dei cosiddetti scrittori "cannibali", quando asserisce che a causare la morte di Marta Russo è stato "un tragico gioco che nasce dall'idea di mettere in scacco la Giustizia. I tentativi di coprire con l'omertà la vita della facoltà mi hanno indotto a pensare che qualcosa succedeva davvero", e prosegue: "Il delitto ricorda l'Hitchcock di "Delitto perfetto", due persone che cambiano i ruoli per eludere la giustizia. È un po' l'idea che può venire trovandosi in un luogo affollato: se si colpisce nella folla, a caso, da un posto turistico, come farà la polizia a prendermi? È il concetto del tipico serial killer dei film americani: il suo scopo è dimostrare di essere più forte della Polizia e quindi superiore alla giustizia. Forse, Scattone e Ferraro erano alle prese con un gioco che doveva dimostrare la loro superiorità rispetto al sistema giudiziario". È questo il clima che si respira a Roma e in tutto il Paese riguardo all'assassinio della povera Marta Russo. Ed è in questo quadro che si inserisce il fermo del professor Bruno Romano, direttore dell'istituto di Filosofia del diritto, nonché noto filosofo anch'egli. Come detto, sia Romano che Scattone e Ferraro, oltre a Gabriella Alletto, segretaria dell'istituto, e Francesco Liparota, bidello, vengono chiamati in causa da Maria Chiara Lipari la quale, in un primo momento, aveva sostenuto di aver trovato al suo arrivo l'aula 6 vuota. Nella sua seconda deposizione, però, sostiene che nell'aula 6, Sala Assistenti, quel giorno e all'ora dell'omicidio c'erano tutti. O meglio, ad essere precisi c'erano Liparota e L'Alletto, mentre la Lipari avrebbe incrociato Scattone e Ferraro proprio sulla porta, visto che lei entrava mentre loro stavano uscendo. Su Romano, invece, come già detto, la Lipari sostiene solo che lui le abbia parlato cercando di indurla a non dire cosa aveva visto. Naturalmente, tutti i diretti chiamati in causa negano con convinzione e decisione ogni parola della Lipari, anche Gabriella Alletto. Quest'ultima, però, dopo aver negato per giorni e giorni, all'improvviso, il 14 giugno, dopo un interrogatorio che si è protratto dalle prime ore della mattina fino alle 20 di quella sera, cambia completamente versione. Come era già successo per la Lipari, adesso Gabriella ricorda. Le "nubi" che per circa un mese e mezzo hanno offuscato la sua memoria di quarantacinquenne sveglia e competente segretaria d'istituto, si sono all'improvviso diradate a un punto tale che lei rammenta perfino i particolari. E in tutta questa improvvisa reminiscenza, in questa acquisizione opportuna del ricordo forse fino ad allora soffocato da trauma terribile che ha vissuto, nessun peso sembra aver avuto il fatto che proprio quel giorno a Gabriella Alletto è stata contestata la presunta assunzione irregolare alla Sapienza. No, certo... quel dettaglio di così poca importanza, che potrebbe costarle il posto, una condanna penale e la restituzione degli stipendi non c'entra nulla con la memoria fortunatamente ritrovata al solo scopo di fare giustizia e, del resto, dopo quel giorno gli inquirenti non ne parleranno più, e nessuno farà più cenno a quelle irregolarità riscontrate. E così, nel verbale, Gabriella fa scrivere ben di più di quello che è stato detto dalla Lipari. Lei, infatti, non si è limitata ad incrociare Scattone e Ferraro. No, lei sostiene di rivedere Scattone e Ferraro vicino alla finestra incriminata dell'aula n. 6, quel maledetto giorno, in quella maledetta ora. Li ricorda perfettamente confabulare tra loro con fare molto sospetto. Poi rammenta di aver visto Scattone con la pistola in pugno e Ferraro con le mani tra i capelli... Naturalmente, secondo la Alletto , a tutta la scena era presente anche Francesco Liparota, il quale sotto pressione e durante un pesantissimo interrogatorio ammette tutto, salvo poi ritrattare ogni parola portando a discolpa di quell'atteggiamento proprio la durezza dell'interrogatorio a cui gli inquirenti lo avevano sottoposto quando era ancora un testimone e non un imputato, e anzi sostenendo di essere stato duramente minacciato dagli stessi. In ogni caso, mentre Gabriella Alletto sta ancora parlando e non ha neppure già firmato la deposizione, il Gip firma l'ordinanza di custodia cautelare per gli imputati. Giovanni Scattone viene addirittura raggiunto in un ristorante mentre è a cena con amici, e viene arrestato con l'accusa di omicidio. Salvatore Ferraro, invece, viene arrestato per favoreggiamento nei confronti dell'amico. Sapeva, dicono gli inquirenti, ha visto, ma non ha voluto parlare. Ma dove sono le prove? Ci sono dei riscontri oggettivi alle parole dell'Alletto? No, e non solo... Quel giorno, durante l'interrogatorio, e anche nei giorni precedenti, Gabriella Alletto, che ha un cognato poliziotto, è stata lasciata volutamente da sola con lui nella speranza che si aprisse al parente. Così, mentre lei parla, un microfono e una telecamera riprendono la scena a sua insaputa. Ed è una scena stramba se vista nel contesto di tutta questa storia. Piange Gabriella davanti al cognato, e appare sinceramente disperata. Più che Ferraro nella sua futura deposizione, è lei ad avere le mani nei capelli sotto l'occhio implacabile della telecamera. Piange, Gabriella, e dice: "Io nun ce stavo là dentro, te lo giuro sulla testa dei miei figli… Non ci sono proprio entrata, ma come te lo devo dì? Fino allo sfinimento…" Si accascia, è prostrata, ma quasi strilla quando riprende a parlare: "Mi hanno messa in mezzo… io in quella stanza non c’ero, però non mi conviene dire che non c’ero [...] loro (loro è riferito agli inquirenti e comunque a chi portava avanti gli interrogatori. ndr.) si immaginavano la scena, ma avevano bisogno di un testimone attendibile, di una persona affidabile..." Non mi conviene dire che non c'ero... Perché? Che c'entra la convenienza? Teme che parlando contro Scattone e Ferraro, questi due le possano fare del male? Improbabile. I due sono stati fino a qualche giorno prima persone assolutamente normali, ben inserite nel tessuto sociale, e non c'è traccia di violenza nel loro passato perciò, non si sta certo riferendo a pericolosi mafiosi Gabriella. E allora? Perché non le converrebbe dire la verità? C'entra forse quella presunta assunzione irregolare? La Alletto, tutte le volte che si trova a parlare con il cognato, ribadisce: "Mi hanno infilato dentro come una stronza… non mi conviene dire che non c’ero… vogliono un teste, una persona affidabile, a me mi fanno veramente vacillà la testa". E sarà per questo, per il fatto che la mente le vacilla che durante il processo non accetterà il confronto con ben tre colleghe che smentiscono la sua versione dei fatti?Il delitto di Marta Russo, a tutti gli effetti, si inserisce in quel filone di fatti che possiamo definire come "i grandi misteri italiani", storie terribili e drammatiche, come la strage di Ustica, il delitto Sindona, la strage di Bologna e quella di Piazza della Loggia, e così via, storie che anche se hanno trovato una fine, non hanno mai avuto una fine convincente... Così, in questo processo che più indiziario non si può, due giovani ricercatori, ragazzi di buona famiglia, senza passati burrascosi o precedenti di violenza, diventano improvvisamente dei folli che decidono di provare una teorica tesi sul delitto perfetto, argomento su cui hanno tenuto un seminario inerente al loro lavoro, e per questo uccidono una povera ragazza che quel maledetto giorno passava sotto le finestre di un'aula professori, all'interno di una città universitaria, assolutamente per caso. Ma, vista questa ricostruzione già così "labile", e i dubbi che suscita, viene anche da chiedersi perché, se davvero Scattone e Ferraro volevano fare un esperimento simile, metterlo in pratica proprio lì, sul posto di lavoro, sotto gli occhi di due estranei che non erano nemmeno loro amici. Perché, se davvero volevano provare che l'omicidio perfetto esiste, non sparare a qualcuno lontano dai luoghi frequentati tutti i giorni, e perché non farlo lontano da occhi ed orecchie indiscrete, in qualche zona fuori mano, magari di notte, col favore del buio? E comunque, se proprio volevano mettere in pratica i loro folli propositi lì, all'università in cui lavoravano tutti i giorni, perché non sparare dal deserto bagno di Statistica, ad esempio, piuttosto che dall'aula 6, davanti ad Alletto e Liparota? A questo non avranno mai pensato i giudici della corte, sia quella d'Assise che quella d'Appello, quando entrambe hanno condannato Scattone e Ferraro? E questo malgrado i periti da loro stessi nominati avessero demolito la certezza che il colpo fosse partito dall'aula 6, riaprendo di fatto tutte le possibilità che c'erano all'inizio dell'indagine, comprese le finestre del bagno di Statistica, e sebbene la deposizione dell'Alletto fosse alquanto discutibile, soprattutto dopo tutte quelle intercettazione ambientali nelle quali lei stessa ammetteva di non sapere nulla, e lo faceva con un parente, una persona della sua famiglia convinta di parlare senza essere ascoltata da nessuno. Poi, si è arrivati in Cassazione, e forse lì i giudici togati qualche pensiero in più su questa assurda vicenda l'hanno fatto così che, contestata buona parte dell'inchiesta, è stato ordinato un nuovo processo. Anche qui, però, è arrivata una condanna sebbene non più per omicidio volontario, come avrebbe dovuto essere se effettivamente le cose fossero andate come i PM sostenevano, ma soltanto per omicidio colposo. Un incidente... un colpo partito per caso da una pistola che i responsabili stavano osservando. E tutto questo senza chiedersi perché, se così era andata, una volta visto Scattone sparare per caso, nessuno si sia fatto avanti a dirlo, nessuno dei "presenti" in quell'aula abbia almeno urlato, o sia corso a chiamare aiuto o a tentare di disarmarlo. E perché Salvatore Ferraro, un giovane con tutta una vita davanti, abbia rischiato di trascorrere lunghi anni in prigione solo per proteggere un collega di lavoro coinvolto comunque soltanto in un incidente, se l'è mai domandato nessuno? Immaginate quanto sarebbe stato semplice, per lo stesso Scattone assumersi le responsabilità invece di rischiare un accusa per omicidio volontario, che comportava anche la pena dell'ergastolo. Magari dire semplicemente: "Sono venuto alla finestra, l'ho aperta e sul davanzale c'era questa pistola... Preoccupato, e non sapendo spiegarmi perché fosse lì, l'ho presa in mano ed è partito un colpo... Sono sconvolto per quello che è successo, ma volevo solo rimuovere un possibile pericolo per tutti." Cosa avrebbero potuto fargli? Come avrebbero potuto negare quella ricostruzione visto che Scattone e Marta Russo non si conoscevano, che Scattone era un incensurato con un passato immacolato, che i testimoni presenti, Alletto, Liparota e lo stesso Ferraro non avrebbero potuto che avvalorare quella tesi? Ecco, questa è la storia con tutti i suoi controsensi. Noi oggi , teoricamente, sappiamo chi ha ucciso Marta Russo, perché da cittadini ligi alle leggi dobbiamo accettare comunque la verità processuale che, però, non ci appare così priva di nubi come dovrebbe. Sì, il caso di Marta Russo, lo diciamo, non ci ha convinto nemmeno per un attimo. Non ci convince il movente, la prima cosa da cercare per scoprire gli autori di un crimine, in questo caso aleatorio e nebuloso; non ci convincono i testimoni, molto più credibili quando negano che quando ammettono. E, infine, non ci convincono nemmeno i colpevoli, perché il loro atteggiamento processuale si giustifica solo nel caso di un'innocenza piena. Diversamente, avrebbero avuto molto più interesse ad ammettere che a negare. Non ci convince nemmeno un certo modo di fare le indagini, tutto basato su interrogatori da Santa Inquisizione più che da una raccolta convincente di prove e indizi. Quindi, se davvero Scattone e Ferraro hanno ucciso Marta Russo, hanno davvero portato a termine un delitto perfetto perché, malgrado la condanna, appaiono molto più innocenti che colpevoli.

Approfondimento, Politica, Società | di Redazione Quotidiano Giovani | 12/04/2013


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