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Il Titanic in viaggio verso l'America...

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Oggi su Quotidiano Giovani la quarta parte dell’approfondimento sulla tragedia del Titanic: inizia il viaggio verso l'America.

di Laura Buscè 

Certo, quel varo con la bottiglia di champagne che non si infrange contro la prua della nave, lasciò a più di qualcuno l'amaro in bocca ma sicuramente un'impresa del genere non poteva essere bloccata o rimandata solo per il timore della malasorte, che per altro era un pensiero da donnicciole di paese o di qualche ignorante timoroso davanti alla scaramanzia. A voler essere pignoli, però, di segni premonitori il Titanic ne aveva collezionato più di qualcuno. Per esempio il libricino Futility di cui abbiamo già parlato, ma prima di esso, nel 1874 c'era stato anche un inno funebre su una nave che collideva con un iceberg, a firma di una certa Celia Taxter, poetessa americana. E, come se non bastasse, il giornalista e spiritualista britannico W.T.Stead scrisse ben due racconti a proposito di disastri sul mare, in uno dei quali si accennava appunto ad un iceberg.  Tutto questo, senza davvero voler essere scaramantici, fa comunque pensare che da tempo era stata presa in considerazione la possibilità che prima o poi una qualche nave, forse un transatlantico, avrebbe incrociato sulla sua rotta uno di questi incredibili giganti di ghiaccio, con l'inevitabile tragedia che ne sarebbe conseguita.  Quindi, il problema iceberg era sentito e conosciuto praticamente da tutti, a parte forse Edward John Smith, noto come E.J., il comandante a cui fu affidata la magnifica nave della White Star.

Nato nel 1850 ad Hankley, Staffordshire, nel centro dell'Inghilterra, Smith a 13 anni lasciò la scuola e si spostò a Liverpool dove divenne apprendista per la compagnia di navigazione Gibson & Company.  Entrò a far parte della White Star nel 1880, nel ruolo di ufficiale inferiore e ci mise soltanto 7 anni, un periodo ridicolmente breve, per venir nominato comandante.  E non ci volle molto perché scontasse questa sua mancanza di esperienza: appena due anni dopo, portò il bastimento Republic ad incagliarsi su una secca al largo di Sandy Hook, vicino a New York:  era il 27 gennaio del 1889.  Rimasta immobile con tutti i suoi passeggeri a bordo per circa 5 ore, alla fine fu liberata dall'intervento di alcuni rimorchiatori d'altura ma, non appena libera subì un'esplosione nella zona delle caldaie che uccise tre uomini dell'equipaggio. E non finisce qui. Trascorsero altri due anni, e questa volta la nave che Smith comandava era il Coptic. Lo portò ad incagliarsi al largo di Rio de Janeiro, nel dicembre del 1890. Se non incapacità, almeno una discreta iella! Smith partecipò poi alla guerra contro i Boeri, ottenendo decorazioni e il grado di comandante della Royal Naval  Reserve. In seguito, nel 1901, Smith passò al comando del Majestic su cui vi fu un incendio a bordo quello stesso anno, a largo della costa di New York.  Insomma, non proprio una fortunatissima carriera quella del comandante Smith, se si considera che nel 1907, mentre era al comando del Baltic lo stesso subì un incendio nel bacino di Liverpool. Ciononostante il comandante era molto apprezzato dai suoi equipaggi, e ritenuto estremamente competente.

La mattina del 10 aprile 1912, Edward John Smith arrivò sul Titanic alle 7.30 per prepararsi all'ispezione del Capitano Morris Harvey Clarke, rappresentante del Ministero del Commercio britannico, che doveva dare il suo visto senza il quale non sarebbe stato possibile salpare. L'ispezione era prevista per le ore 8.00. In attesa che Clarke salisse a bordo, Smith controllò che tutti gli ufficiali inferiori fossero già imbarcati, poi seguì il rappresentante del Ministero nella sua ispezione che si concluse visionando il buon funzionamento di due delle scialuppe di salvataggio a bordo. Poi venne redatto il "Rapporto di ispezione di una nave che trasporta degli immigrati". Il Comandante Smith firmò poi la "lista dell'equipaggio" e rimise al Capitano Benjamin Steele, Capitano di Armamento della White Star LIne il "Rapporto del comandante alla Compagnia" che recitava: "Con la presente, rendo conto che la nave che mi è stata affidata è pronta a prendere il mare. Le macchine e le caldaie sono in perfetto stato e tutte le carte ed istruzioni di navigazione sono aggiornate. Il vostro devoto Edward John Smith".

A quel punto vengono portate a termine le operazioni di imbarco dei passeggeri, mentre all'interno del transatlantico la gente si sposta per raggiungere i propri alloggi, e una moltitudine di uomini e donne occupa i ponti per vedere salpare la nave e magari per dare un ultimo saluto a parenti e amici che restano  in banchina. Alle ore 12:06 con destinazione Cherbourg, in Francia, per poi puntare verso Queenstown (Irlanda) e quindi New York, il Comandante Smith da' il "macchine avanti". Miriadi di stelle filanti vengono lanciate giù lungo i parapetti d'acciaio, mentre all'interno, in qualche salone, un'orchestra già comincia a suonare e parecchi tappi di champagne saltano in aria, e spumeggianti bollicine riempiono calici di cristallo levati verso il cielo: uno spettacolo meraviglioso, che nessuno ha voglia di perdersi anche se folla e confusione sono incredibili perfino nei saloni e sui ponti di prima classe. Smith, dalla plancia di comando, ventitre metri sopra la linea di galleggiamento, sovraintende a tutto, in quell'inizio di comando che è l'apoteosi della sua carriera ed è eccezionale nell'accorgersi  di qualcosa che sfugge a quasi tutti: a causa dei vortici creati in acqua dalla mole del Titanic, una piccola nave dal nome evocativo di New York, ha rotto gli ormeggi, e ora rischia di schiantarsi contro di loro, facendo finire il viaggio dell'ammiraglia White Star prima ancora che cominci. Dando voce ai suoi e con una rapidissima manovra, la New York è miracolosamente evitata. Di pochi metri, ma evitata. Il comandante Smith sospira di sollievo e decide che almeno quel primo giorno si concederà di pranzare nel suo piccolo tavolo nella sala da pranzo di prima classe, in solitudine, con l'unica assistenza del suo cameriere personale Arthur Painting. Quei pranzi da solo, senza la presenza di passeggeri accanto a lui, saranno gli unici momenti di vero relax che il comandante si concederà in tutta una lunga giornata al servizio della Compagnia e dei suoi clienti. Già quella sera, infatti, a poche ore dalla partenza, è prevista una cena in suo onore offerta da George Dunton Widner e dalla sua famiglia, nella sala ristorante A' la Carte della prima classe.  George Dunton Widner è un ricchissimo uomo d'affari di Filadelfia, figlio del magnate dell'industria tranviaria Peter AB Widener. George è imbarcato sul Titanic assieme a sua moglie, la cameriera personale di quest'ultima, e il figlio ventisettenne Harry. Gli altri due figli, un maschio e una femmina non li avevano seguiti in quel viaggio che li ha condotti a Parigi con l'intenzione di reperire uno chef all'altezza del loro albergo di famiglia, Il Carlton Ritz di Filadelfia.  Ora, con quella cena di gala, George ha intenzione di incontrare un po' di esperti che sono a bordo e discutere con loro il suo prossimo progetto, per il quale aveva appena firmato i contratti, e cioè la costruzione dell'albergo Miramar a Newport, Rhode Island, 30mila metri quadri in perfetto stile neoclassico che, nella mente di George, sarebbero dovuti diventare l'eremo ideale per ricconi in cerca di pace e di riservatezza. Orario d'inizio per il galà: 19,30 della prima sera di viaggio. Nelle suite delle ricche signore, le cameriere personali sono già in movimento da ore per disfare i bagagli e rendere gli abiti delle loro padrone pronti per essere indossati.

E se nelle suite e nelle stanze di tutti i passeggeri fervono i preparativi per la serata che sarebbe comunque stata indimenticabile per qualsiasi classe a bordo, che dire di quello che già dall'alba del giorno della partenza accadeva nelle enormi cucine della nave? Dar da mangiare a 2208 persone non è uno scherzo anche se  il Titanic ne avrebbe imbarcate ben di più dopo quel viaggio d'inaugurazione, e quindi il personale di bordo doveva essere abituato a ben altro. In realtà, in quel primo viaggio non è il numero delle bocche da sfamare che spaventa, quanto piuttosto constatare che tutto funzioni alla perfezione su una nave che è nuova, che non ci siano inconvenienti e che comunque la qualità del cibo e quella del servizio sia superba visto che in parte avrebbe dovuto accontentare la crema dell'alta società americana e alcuni pezzi grossi di quella europea. A guidare le cucine del Titanic, è stato chiamato un italiano, Gaspare Antonio Pietro Gatti, che tutti chiamano Luigi. Luigi Gatti è nativo di Montaldo Pavese, in provincia di Pavia, ed ha lasciato molto presto l'Italia per andare a cercare fortuna all'estero. Intelligente, lavoratore, capace, l'ha trovata in Inghilterra dove cominciando dalla gavetta, ha scalato tutte le alte posizioni nei migliori ristoranti londinesi.  Non è un volto nuovo per le navi e per la White Star in particolare essendo stato inizialmente ingaggiato per l'Olympic e poi trasferito sul Titanic proprio per le sue grandi capacità.  Per accettare l'incarico, Gatti ottiene di sovrintendere personalmente alla scelta e alla retribuzione del "suo" personale, che pertanto dipendeva da lui e non dalla compagnia. Così facendo, Gatti riesce a circondarsi di elementi validissimi, lasciando nel ricordo di tutti i suoi clienti un'immagine esclusiva di indiscussa capacità.  Con Gatti, direttamente dall'Olympic al Titanic, arriva sempre per scelta dell'italiano, anche lo chef Pierre Rousseau.  A bordo ci sono inoltre 60 cuochi, una quarantina tra assistenti vari e un notevole numero di personale di sala altamente qualificato. Tutti i componenti dello staff di Gatti alloggiano in cabine a più cuccette del ponte. Mentre il Gatti può disporre di una cabina solo per lui sul ponte D di seconda classe.  Tutta questa gente è impegnata giornalmente a servire colazione, pranzo e cena per tutti i presenti a bordo, con tipi differenti di pane e di carne che prendano in considerazione anche le diverse religioni. Inoltre, vanno serviti anche spuntini a metà mattina, a metà pomeriggio e nelle ore tarde del dopocena affinché, soprattutto in prima classe, nessuno si senta trascurato o, ancor peggio, affamato per la prima volta in vita sua.

Come abbiamo già detto, tutti gli italiani a bordo del Titanic a parte sette di loro imbarcati come passeggeri, lavoravano per Gatti. Ciò che non abbiamo detto è che dei 37 totali, solo due si salvarono dal naufragio: l'unica donna, Argene Genovese, e un giovanotto che viaggiava in seconda classe, Emilio Portalupi.  Sarebbero forse loro gli italiani del Titanic più conosciuti se, anni orsono, la Televisione della Svizzera Italiana, nel corso di un programma intitolato "Falò", non avesse presentato un documentario "I quattro del Titanic" dove viene narrata la storia di 4 giovani camerieri imbarcati con sogni e speranze e che mai più scenderanno dalla nave, seguendone il destino negli abissi.  Abbiamo trovato questa storia sul sito molto ben fatto dedicato al Titanic - e dove vi rimandiamo se volete approfondire - di Claudio Bossi, all'url http://www.titanicdiclaudiobossi.com .  "I quattro del Titanic", e il documentario che ne è conseguito, vogliono essere una sorta di ricordo corale per tutti quegli italiani costretti dalla povertà e dalla ristrettezza ad andar a cercare fortuna all'estero, dove si distinsero per capacità e persero la loro vita esclusivamente per sfortuna.  Le persone citate sono: Narciso Bazzi, 33 anni al momento della morte, celibe e nativo del Canton Ticino. Lavorava per Gatti da quasi un anno a 3 sterline al mese quando ricevette la proposta per il Titanic, poche ore prima della partenza, per sostituire un compaesano, tale Giovanelli che all'ultimo momento si era reso indisponibile.  Con lui c'era Alessandro Pedrini, di 21 anni, celibe, di Osco. Alla sua giovanissima età, Alessandro aveva già lavorato sia in Francia che in Egitto quando venne chiamato per il Titanic. Nella sfortuna, fu uno dei pochi il cui cadavere venne recuperato e riconosciuto, e quindi rispedito nella sua terra d'origine dove riposa nel cimitero del paese all'ombra di una stele marmorea. C'era poi Abele Rigozzi, 23 anni dell'Aquila, anch'egli al primo imbarco, perché fino ad allora aveva sempre lavorato in ristoranti di terra ferma. Come per Bazzi, fu imbarcato all'ultimo minuto chiamato a sostituire un collega che non si presentò. Quando salì a bordo, recava sulla manica della giacca un nastro nero a causa del recentissimo lutto sofferto: suo padre era mancato solo qualche mese prima.  Anche il suo corpo venne ritrovato, ma in pessimo stato e si decise perciò di dargli sepoltura in mare. Ultimo dei quattro era il ventenne Mario Zanetti, nato a Poschiavo, celibe. Venne assunto il 6 aprile del 1912 e iniziò immediatamente a lavorare. Nel suo caso, il corpo non venne mai recuperato o se accadde non fu identificato. Tutte le famiglie di questi poveri ragazzi, vennero indennizzate con cifre che andavano dalle 80 alle 120 sterline, somme discrete per l'epoca, ma che certo non potevano rasserenare genitori che avevano visto morire figli nel fiore degli anni.

Tutta questa tristezza, però, non esisteva proprio quella prima notte in mare, a bordo del Titanic mentre la nave, immensa, tagliava le onde con la prua d'acciaio e scivolava sul mare calmo, veloce e possente, il silenzio rotto solo dall'orchestra che suonava e dalle tante voci di passeggeri ed equipaggio. Ognuno di loro, quella prima notte, ammirando il meraviglioso cielo stellato che si rifletteva sull'acqua nera come pece dell'Atlantico immobile e gelido, non poté fare a meno di pensare a quanto fosse fortunato a trovarsi lì, in quel momento unico e irripetibile...                    

Approfondimento, Politica, Società | di Redazione Quotidiano Giovani | 13/04/2012


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